martedì 13 maggio 2008

PER AMORE DI NAPOLI

"Eminenza, come state a scarpe?". Glielo aveva chiesto un ragazzo delle Salicelle, un rione di Afragola, alle porte di Napoli, tra viottoli scalcinati, fogne malfunzionanti, strade sconnesse. Ad Afragola i lampioni non ci sono e le case sono assediate dai muri dell’immondizia. E così l’arcivescovo Crescenzio Sepe ha provveduto, e non solo per le Salicelle, avendo deciso di girare la sua diocesi a piedi. Ci vogliono scarpe buone per attraversare «una città provata, dove anche l’esistenza quotidiana appare difficile e rischiosa». Per camminare sulle siringhe dei parchi di Scampia, sul fango di Ponticelli, tra le favelas partenopee, sui topi morti schiacciati dalle auto, sui tappeti di liquami e monnezza di cui è ricoperta la periferia. «Le scarpe sono necessarie per camminare dove la legge della non legge è diventata sistema. Mai nella mia vita, girando il mondo (sono stato anche parroco in una favela brasiliana), avevo visto l’asfalto diventare memoria viva di dosi consumate».
A che punto è la notte, anzi a nuttata, come dicono a Napoli? Glielo chiediamo tra la folla di Torre del Greco, dove l’arcivescovo sta per parlare ai ragazzi di una scuola, venerdì 9 maggio, in una mattina tersa e limpida. Per il cardinale prima vengono i bambini, l’anima, spesso dolente, mal protetta, della città. Il rilancio degli oratori è una priorità e l’asta di beneficenza per il nuovo reparto dei bambini malati del Pausillopon e per quelli colpiti da Aids in Thailandia ha avuto un grande successo, aiutando i medici della struttura a realizzare un sogno.
Ma Sepe ha molta fiducia anche nei ragazzi, nel sangue fresco di una generazione che può rompere le catene del disagio, della malavita, del fatalismo. «Sono come ramoscelli che se ben coltivati sosterranno il giardino di Napoli», ci dice. «Io ho fiducia. La presa di coscienza della situazione nella quale ci si trova sta suscitando una forte volontà di reagire». L’arcivescovo, dal giorno del suo insediamento non fa che visitare i rioni della sua diocesi, le periferie di cemento, la Napoli “di sotto”, quella antica della Sanità e dei Quartieri, le zone bene del Vomero, i Comuni alle falde del Vesuvio.
«Purtateme ’e pagelle in Curia»
Anche qui, a Torre del Greco, è un altro bagno di folla. Stringe mani, abbraccia i piccirilli, benedice le famiglie che si accalcano sui lembi delle strade. I ragazzi dell’istituto Eugenio Pantaleo lo salutano, gli scattano foto coi telefonini, i muratori lo acclamano dai tetti delle case in costruzione. Lui risponde: «Cari giovani, voi per me siete come ’e pile duracell, uno stimolo continuo, preside, purtateme ’e pagelle in Curia, così i sette li facciamo diventare otto, gli otto nove e via di seguito». In segreteria incontra i genitori di Giovanni De Martino, lo studente che per fermare una lite tra ragazzi ha perso la vita, un esempio e un modello di legalità, come dice il preside Carlo Ciavolino. «Eminenza, forse Dio voleva un altro angelo, per questo l’ha preso», gli sussurra la madre in lacrime. Don Pasquale Incoronato, parrocco di Santa Maria del Pilar, tra Ercolano e Torre del Greco, terra di frontiera dove la cocaina e l’eroina scorre a fiumi, ci parla di un’associazione dedicata a Gianni «perché la morte non vinca e ci sia speranza».
E proprio Non rubate la speranza, è il titolo del diario che il cardinale ha scritto per Mondadori. Un diario che riflette l’approccio con la città di questo porporato originario di Carinaro, a 16 chilometri da Napoli, proveniente dai ranghi della diplomazia vaticana, che è stato uno dei collaboratori più stretti di Giovanni Paolo II. Il suo è un modo di comunicare il Vangelo che entra direttamente nella carne e nelle piaghe del popolo, cercando di alleviare le sue ferite, in un momento di disagio, di estrema emergenza. Ed è come se cercasse di rovesciare la celeberrima definizione di Napoli di “Paradiso abitato da diavoli”. La sua città, semmai, è un inferno abitato da angeli.
La figura a cui forse più si ispira è il cardinale Corrado Ursi, l’arcivescovo della ricostruzione, il cui primo problema fu quello di dare una sistemazione agli sfollati dei bombardamenti accampati sulla Marina. Per Sepe «per far risorgere Napoli bisogna rivoltarla come un calzino», occorre, «uno spirito di giusta e sana ribellione». Ha messo tutte le parrocchie in rete, anche attraverso Internet, una Chiesa scomoda che sta cercando di far uscire tutti i napoletani, offesi dall’emergenza rifiuti, dal fatalismo, di stimolare una politica «capace di restituire fiducia ai cittadini, garantendo legalità e giustizia sociale».
«È vero», dice. «Ci troviamo storicamente in un periodo simile a quello vissuto dal cardinale Ursi. Varia la specie, ma il problema alla fine è proprio lo stesso: quello di ridare dignità a un popolo umiliato anche dalla crisi della monnezza. Di far uscire dalla miseria e dalle difficoltà ilpopolo degli ultimi: gli sfollati, i rom, le nuove povertà, le famiglie che non ce la fanno più».
Per risvegliare la speranza Sepe ha invocato numerose volte san Gennaro, quasi fosse un testimone dell’impegno dei suoi fedeli, cui non nasconde di parlargli frequentemente, a tu per tu: «Gennaro non è solo un santo, per i napoletani è un vero e proprio familiare». Una mattina il cardinale va in San Gregorio Armeno, la via delle statuine dei presepi. In una bottega scopre che c’è anche la sua, accanto a quella di san Gennaro. Protesta col bottegaio: «Ma come, mi avete messo accanto al Patrono? Io sono un pover’uomo e Gennaro è un martire». E quello fulmineo: «Eminenza, se siete vescovo, sempre martire siete, perché qua, a Napoli, uno o è martire o vuol dire che si è arreso». Per Sepe «Napoli è come il sangue di Gennaro. Si devono sciogliere tutti i grumi».