Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post

martedì 19 maggio 2009

GLI STIPENDI PIU' BASSI D'EUROPA

Tutta colpa della pressione fiscale se i nostri salari netti sono tra
i più bassi d'Europa? Per il prorettore dell'Università Cattolica
Luigi Campiglio, economista e grande esperto di dinamiche salariali,
la risposta è no. “Il carico fiscale sulla retribuzione in Italia è
certamente elevato, ma meno che in altri Paesi nei quali la
retribuzione netta è comunque superiore. Il motivo di rilievo è da
ricercare nella composizione del valore aggiunto, che si esprime poi
sotto forma di remunerazione ai salari e residuo ai profitti e al
margine di impresa.
-Tradotto dal lessico economico?
“In buona sostanza la classifica stilata dall'Ocse, che ci vede così
in basso, è implicitamente un'indicazione del fatto che noi
continuiamo in modo preoccupante a essere presenti in settori
industriali che sono a basso valore aggiunto e che pagano poco a
livello interno e internazionale”.
- Il carico fiscale non conta proprio nulla?
“Il divario fiscale ha certamente un ruolo, però dobbiamo renderci
conto che il nostro Paese è il più vecchio d'Europa, si pagano le
pensioni e nonostante ciò la spesa per la protezione sociale in
Italia è minore della media europea”.
Le tasse dove vanno allora?
“E' questo il punto. La pressione fiscale in Italia non è maggiore
della Francia e dell'Europa, è grosso modo uguale, la questione è che
la distribuzione delle risorse in Francia e Germania, Paesi cn i
quali, (non so più fino a che punto), ci si deve confrontare, quella
componente di risorse è spesa molto meglio, da tutti i punti di vista.
In particolare per quanto riguarda la riduzione delle famiglie in
difficoltà economica prima e dopo i trasferimenti sociali. In Italia
invece è tra le più basse. Dopo i trasferimenti sociali le famiglie
povere diminuiscono del quattro per cento rispetto al totale. In
Francia del 12 per cento, in Svezia del tredici. Come si vede
l'efficacia dei trasferimenti è ben diversa”.
Come si fa a rimediare secondo lei?
“Non si può dimenticare che ci lamentiamo del vaso quando è rotto.
Ormai abbiamo una struttura demografia a dir poco drammatica che
implica una redistribuzione pensionistica elevatissima pur con
retribuzioni medie molto basse, problema che la Francia non ha. La
struttura demografica del Paese ormai è compromessa. Il discorso della
distribuzione sociale rischia di diventare un po' ipocrita. Siamo un
Paese in cui il saldo naturale della popolazione italiana è in
diminuzione è l'unico modo per aumentarla è l'immigrazione. Ma noi non
siamo come negli Usa, siamo un Paese di transito”.
- La sinistra radicale dice che l'unica misura seria è tassare i ricchi
“Guardi, mi piacerebbe anche che la storia fosse così semplice. Ma non
è così. La questione è molto più complicata e profonda. Dobbiamo avere
un'economia molto più dinamica, più orientata su settori che pagano
bene, ad alto valore aggiunto. Di certo il settore delle costruzioni
non è stato un grande esempio di aumento di valore aggiunto pregiato,
ma semmai di rendita. Le case in Italia costano una cifra eccessiva
rispetto al reddito disponibile della gente. Viceversa tutto il
settore manufatturiero, che oggi è in crisi violenta, rimane
preziosissimo e andrebbe valorizzato dal punto di vista
dell'innovazione tecnologica. Il tutto a beneficio del valore
aggiunto, che poi si ripercuote su profitti e salari”.
Non le fa una certa impressione essere dietro ala Grecia anche nei salari?
“Mi fa molta, molta impressione. Sono molto impressionato da questi
dati. Due anni fa si discuteva del prima e dopo rispetto alla Spagna e
adesso, con tutto il rispetto per la feta e per l'insalata greca,
siamo qui a confrontare le nostre tradizioni industriali con Atene”.

martedì 3 marzo 2009

IL FANTASMA DEL PROTEZIONISMO


Un fantasma si aggira per l’Europa: il protezionismo. Lo sottolinea la Banca centrale europea, che – dopo aver rivisto al ribasso le stime dell’inflazione e al rialzo quelle sulla disoccupazione, con una decrescita “senza precedenti” in tutto il vecchio (e stanco) Continente - di fatto fa proprie le argomentazioni dell’Economist, il giornale della City che in copertina lo aveva paragonato al risveglio di uno zombie, un morto vivente disseppellito da riseppellire al più presto. Per l’istituto di Francoforte “l’impatto del protezionismo sulla crescita economica e sul benessere delle persone è sostanzialmente negativo”. Non solo, ma viene chiesto ai governi europei che hanno visto incrementare il disavanzo pubblico a causa della crisi di ristabilire “quanto prima un impegno credibile a favore degli obiettivi di bilancio a medio termine”. Un po’ rimettere il dentrificio nel tubetto.

L’ammonimento della Bce fa venire in mente la chiusura delle stalle quando i buoi sono scappati. In Francia Sarkozy ha messo in campo colossali aiuti per l’industria dell’auto. In Germania la Merkel sta facendo lo stesso. In Inghilterra Gordon Brown, mentre bacchetta gli operai inglesi che si ribellano ai flussi di immigrazione degli specializzati italiani, continua a puntellare le banche a suon di sterline. Ma il caso davvero emblematico è la patria del liberismo: l’America, dove Obama ha stanziato mille miliardi di dollari per finanziare l’economia aggredita da una continua emorragia di posti di lavoro (ma altri miliardi arriveranno, sempre a spese del debito pubblico, non passa giorno in cui non si ha notizia di decine di migliaia di persone che perdono il lavoro). L’unica soluzione è immettere capitali a spese dei contribuenti, sperando che il cavallo beva e che lo stimolo economico prima o poi riavvii la Corporate America. Una politica non proprio liberista.

“We are all socialist now”, titola Newsweek, ora siamo tutti socialisti. “Siamo diventati perfino francesi”, scrive la firma economica Michael Freedman, alludendo allo stile-sarko di Obama in economia: “Sostenendo le regole del buy american, che orienteranno gli stimoli di spesa verso i prodotti manufatturieri domestici, i membri dell’amministrazione di Obama stanno assecondando la vecchia cultura europea del patriottismo economico”. Tutte le più recenti operazioni di salvataggio recenti si sono svolte all’insegna del patriottismo. L’epoca del “big government” dello Stato che decide. Nel recente mondial forum di Davos il superpremier russo Putin e il primo ministro cinese Wen Jiabao hanno persino esaltato pubblicamente il loro capitalismo di Stato e salutato il cambio di rotta dgli altri Paesi industrializzati. Come se avessero detto ironicamente “Benvenuti tra noi”.

All’Italia dunque non resta che seguire (temporaneamente) la stessa strada, per non ritrovarsi come il vaso di coccio in meno ai vasi di ferro di manzoniana memoria. E’ vero che, come dice l’Economist, il libero commercio incoraggia la specializzazione, porta prosperità a medio termine nei mercati, alloca le risorse e i capitali in modo più efficiente. Ma solo un vertice mondiale, una Bretton Woods del Duemila, con regole certe e condivise, potrebbero invertire il cambio di rotta di questi mesi, dovuti al forte desiderio di mantenere lavoro e capitali nel proprio Paese. Ecco perchè molto probabilmente l’ammonimento della Bce verrà percepito come parole nel vento. Al momento i Governi, anzi, i Grandi Governi sono troppo impegnati nell’erigere fortilizi in difesa dell’industria nazionale e dei loro posti di lavoro per pensare a dopo domani.