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sabato 10 luglio 2010

"Ora il Tg1 siamo noi"

Se fosse un film, il titolo sarebbe “Qualcosa di travolgente”. E’ piaciuto subito il nuovo Tg de LA7 targato Enrico Mentana. L’edizione delle 20 ha toccato record mai raggiunti prima (martedì 6 luglio, ad esempio, è schizzato al 4,8 per cento di share medio, con un milione e mezzo di contatti). Quasi un Tg1 o un Tg5. Il critico del Corriere Aldo Grasso ha parlato di “mezzo miracolo”.
- Mentana, i giornali hanno parlato di ritorno delle notizie. Che a onor del vero e del direttore uscente Antonello Piroso c’erano già tutte, ci sono sempre state.

«Verissimo. Con un po’ di cattiva coscienza, un po’ di coda di paglia, ma soprattutto molta benevolenza i giornali hanno parlato del mio arrivo come se avessi preso in mano un guscio vuoto. In realtà il tg della Sette già c’era ed era guidato da un brillante collega».
- Dunque si va avanti lungo lo stesso solco?
«Sì, anche se c’è ancora molto da fare. Le scelte di Piroso privilegiavano del tutto legittimamente altri prodotti della testata rispetto al telegiornale e alla sua edizione principale. Tanto è vero che se uno chiede dell’informazione de La7 pensa sì ai bei programmi condotti dallo stesso Piroso, a Omnibus, a 8 e mezzo, all'Infedele e via dicendo. Ma il tg non veniva citato come la punta di diamante. E francamente in una rete a forte propensione informativa come è LA7 il lavoro deve essere quello di portare il tg ai vertici della flotta. Tutti i grandi canali televisivi hanno il punto di massimo ascolto nel tg. Non è una questione di ascolti. E' così perché nela liturgia quotidiana del rapporto con la televisione il momento indifferibile è quello in cui si ascoltano le notizie della giornata".

- Anche perchè, diciamolo francamente, le varie ammiraglie dell'informazione, a cominciare dal Tg1, hanno perso credibilità. Farete voi supplenza?

«Nel momento in cui i tg generalisti erano percepiti come completi e ortodossi i miei predecessori hanno pensato che bisognasse fare un tg diverso, più leggero, dallo spariglio continuo. Ora ci troviamo in una situazione diversa, in cui a torto o a ragione l’informazione dei tg tradizionali viene percepita come un po’ troppo cauta e reticente. A questo punto la scelta è quella di dare tutte le notizie. Di fare un tg ortodosso, come se fare il tg tradizionale in questo momento spettasse a noi. Non più l’immagine di un tg alternativo, ma proprio un tg che mira ad essere un tg di riferimento da tv generalista. Anche per chi non fa parte del pubblico tradizionale de LA7".

- Ormai sei un esperto di start-up. Nel 1992, esule dalla Rai, fondasti il Tg5 di Berlusconi. Ora stai vivendo una seconda giovinezza con il tg de LA7. Vedi analogie tra i due periodi?

«Direi che tra questi due periodi dal punto di vista politico e sociale ci sono dei punti in comune. Innanzi tutto una disaffezione per la politica. Poi un ritorno alle inchieste sulla corruzione. E forse un’esigenza di cambiamento. Un cambiamento come quello del ’92 che la politica non riesce a interpretare. Non stiamo assistendo a una svolta a sinistra o a destra ma a un nuovo vento dell’antipolitica che stavolta rischia di colpire tutti. Storicamente è una fase che resta difficile, come già in quegli anni, colpiti dalla crisi economica. Allora avemmo a che fare con una manovra pesantissima. Te la ricordi la manovra Amato?»
- E chi non se la ricorda...con quella tassa del sei per mille sui conti correnti bancari...
«Oggi siamo in una situazione in cui l’esperienza è servita. Ma dal punto di vista del peso della manovra possiamo paragonarla a quella di allora. Contemporaneamente si intravvede lo spazio per prodotti informativi nuovi, in un contesto completamente diverso. Oggi il cittadino può scegliere tra decine e decine di canali digitali e satellitari e nuove applicazioni via Internet».
- Una scelta quasi infinita...
«Ma proprio per questo il cittadino che diventa ascoltatore o lettore ha bisogno di ancoraggi affidabili, di tramiti credibili con la notizia».

- Ma al di là del nuovo panorama multimediale, come è cambiata la situazione sociale e politica di questo Paese rispetto al '92?

«In realtà la vera differenza sta nello stesso motivo per cui a provarci 18 anni dopo sono ancora io».
- E cioé?
«Voglio dire che questo è un Paese che ritorna a dare chance a chi c’era già, ma continua a essere molto chiuso rispetto a chi è più giovane. E questo vale anche per la politica. L’ansia di rinnovamento non trova ancora spazi di ricambio, da nessuna parte. In questo momento si può pensare a idee nuove, ma non si vedono i rimpiazzi. E vale anche per il nostro settore, quello del giornalismo».

- In effetti non emerge un trentenne, nemmeno dipinto. Tu a quell'età eri già un volto del Tg1 e dirigevi il Tg5...
«E' come se ci fossimo giocati una generazione. E’ questa la vera differenza. Allora, con la rottura degli equilibri, che liberò anche il lavoro dei giornalisti, venne alla ribalta una nuova generazione di colleghi in grado di raccontare l’Italia che cambiava. Oggi ho l’impressione che il panorama suia molto meno stagliato. Nella politica, nelle professioni e in generale nel mercato del lavoro. Se nessuno va via non si aprono posti».

- Del grande circo dei conduttori televisivi, chi vorresti come volto del tuo tg?

«Nessuno. La vera sfida è quella di fare tutto questo con la mia redazione. Se fosse un giornale nuovo allora potremmo fare quei giochi tipo la mia nazionale ideale (che poi nessuno mette in pratica) e via dicendo. Invece la mia vera sfida per partecipare ai Mondiali dell'informazione è di fare tutto questo con loro, i giornalisti che sono qui».

- I tuoi dentisti coreani...come disse Enzo Biagi a Berlusconi che rivendicava di avere la nazionale dell'informazione a Canale 5...

«Con i bravi giornalisti de LA7. Perché non lo devono far loro? Ci sono. Sono già qui. Molti volti saranno volti nuovi. Anche se sono già lì».

- Che ne pensi del ddl sulle intercettazioni?

«Come tutti i giornalisti che amano fare questo mestiere, intravvedo grandi pericoli e molto cose sbagliate. So benissimo che la nostra libertà di informare non è assoluta, nel senso che cozza con altre libertà e altri diritti che vanno rispettati, commisurati e regolamentati. Però un conto è dire che non è giusto pubblicare intercettazioni di persone non indagate o che riguardano la loro privacy, altra cosa è sancire che non si possono pubblicare intercettazioni o non si può parlare di atti giudiziari. Bisogna stare molto attenti. Io però ti dico una cosa...».
- Prego...
«Quale che sia la legge che verrà fuori, personalmente mi prendo la responsabilità di pubblicare tutte le notizie vere e verificate. Tutte».

- Di per sé dovrebbe essere lapalissiano...

«Quel che voglio dire è che se anche la nuova legge dovesse impedirlo, io sono sicuro che la Costituzione tutela la libertà di stampa e quindi il diritto a pubblicare notizie vere. E non posso pensare che ci possa essere nessun provvedimento che contraddica quesrto fondamento della nostra libertà».

- Ti hanno fatto gli auguri dai piani alti di Mediaset?
«Qualcuno sì qualcuno no».

mercoledì 1 aprile 2009

E' LA STAMPA BELLEZZA


Il “De Bortoli Bis” succede al “Mieli Bis”. Le direzioni al Corriere della sera ormai sono come i Governi della Repubblica. Oltretutto, non si sa se per una fortuita concatenazione di eventi o per un effetto-domino, la salita al soglio di via Solferino ha innescato la scintilla che porterà a un giro di valzer di direttori che coinvolgerà reti Rai, telegiornali, quotidiani e settimanali. Il primo effetto-Corrierone è stata la nomina di Gianni Riotta, direttore del Tg1, al “Sole24ore”, il quotidiano economico di Confindustria. Ne parliamo con Giancarlo Galli, scrittore, giornalista di economia e acuto osservatore di poteri forti e salotti buoni. “Non era mai accaduto in passato” commenta a caldo, “ultimamente invece capita spesso”.

- Che un direttore succedesse a se stesso dopo un paio di interregni?

“Anche, ma io mi riferisco soprattutto al fatto che i giornali anziché dare notizie o servire il lettore parlano sempre di più di sé stessi in maniera autoreferenziale. I giornali ultimamente ritengono di fare notizia. Cosa comunicano poi? Quella è un’altra faccenda. Se oggi guardiamo gli articoli sulle nomine non si capisce perchè hanno sostituito il direttore del Corriere della sera. Abbiamo saputo con grandi dettagli perché hanno sostituito Rick Wagoner, il dominus della General Motors o per rimanere all’estero, grandi banchieri, top manager. I giornali stranieri sono andati nei dettagli: se ne sono andati per questo motivo e per quell’altro. Ma perché sia stato sostituito un grande giornalista come Mieli con un altro grande giornalista come De Bortoli non lo sappiamo. E non c’è una parola sulla crisi che attraversa il mondo dei giornali italiani in genere”.

Che tipo di crisi è, secondo lei?

“Una crisi di vendite che forse è anche una crisi di credibilità. Ho grande stima di De Bortoli e di Mieli ma vorrei sapere perchè c’è stato questo avvicendamento. Poi magari ce lo diciamo noi attraverso dei “pissi pissi bau bau”. Ma sarebbe bello leggere le motivazioni fuori dai pettegolezzi, così come abbiamo appreso le motivazioni vere delle dimissioni di Wagoner”.

Evidentemente è accaduto qualcosa nel salotto buono del capitalismo italiano, che costituisce l’azionariato del “Corriere”.

“Mi viene in mente una battuta di Cuccia, che diceva che Mediobanca non avrebbe dovuto occuparsi né di giornali né di case da gioco. Il banchiere era estremamente rispettoso degli steccati, cioé dei ruoli. Se andiamo a vedere chi sono gli azionisti di Rcs, che controlla il Corriere, vediamo che sono banchieri, assicuratori. I boatos dicevano che dibattevano sempre tra loro per la sostituzione del direttore? Perché? Cosa non andava bene? Non andava bene editorialmente, politicamente? Resterà pure nell’ambito dell’azienda”.

Quello di De Bortoli è un ritorno in Via Solferino.

“Qui non si discutono le persone, che sono cavalli di razza del giornalismo. Certo il film di De Bortoli che se ne va, di Mieli che ritorna dopo una breve parentesi, e di Debortoli che ritorna a sua volta andrebbe approfondito. Credo che i lettori, visto che i grandi quotidiani svolgono una funzione pubblica, avrebbero diritto di sapere come è andata..Noi giornalisti siamo sempre usi invocare la trasparenza con le istituzioni, poi quando la cosa riguarda i nostri problemi, siamo meno approfonditi”

Il ritorno di De Bortoli apre un giro di valzer di direttori.

“Certamente si parla di tante altre cose. La Rai in primis. Dalle parti di viale Mazzini però abbiamo saputo molte cose: le posizioni, le influenze politiche. Invece nel salotto buono del capitalismo meno. Sappiamo che all’interno dell’azionariato ci sono degli azionisti come Bazoli che era e resta un prodiamo doc e viceversa altri, come Ligresti che simpatizzano più per Berlusconi. Sappiano che Mieli aveva più la vocazione del terzista. Sappiamo tante cose ma non le sappiamo dai giornali che dovrebebro dircele”.

Non si può certo parlare di cambio di stagione, visto che i protagonisti sono gli stessi, magari un po’ ingrigiti nei capelli
“Una volta si diceva cambio della guardia. Ma sono sempre gli stessi campioni di razza dello stesso circo che cambiano di casacca ma si trasferiscono da qui a là. Ma va benissimo anche questo, perché si tratta di giornalisti di razza, se ci viene spiegato perché”.

Che giudizio dai dei media in genere? Forse non fanno eccezione rispetto a un sistema un po’ appannato, un po’ bloccato.

“Se c’è qualcosa di bloccato sono i media italiani soprattutto radio e Tv. C’è poco disincanto. Molta futilità. C’è qualche eccelente cronista, come Stella o la Gabanelli, ma per il resto è un po’ una sorta di confraternita. Probabilmente è la società italiana che è diventata tutta una confraternita. Bisognerebbe fare una riflessione sul perché tanti imprenditori sono a capo di giornali che non portano utili ma sono ricavi, evidentemente ci sono obiettivi politici più che economici o chissà quali altri obiettivi. La nostra categoria dovrebbe fare tante riflessioni. Per esempio perché ha impiegato quattro anni a rinnovare il suo contratto di categoria”.

Non ci leggi un’operazione un po’ gattopardesca in questo giro di valzer di direttori?
“Credo che Tomasi di Lampedusa e il Principe di Salina sarebbero molto contenti di come stanno andando le cose”.