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mercoledì 3 giugno 2009

DIO E' TORNATO, PAROLA DELL' ECONOMIST


Ha pubblicato una lunga inchiesta che parla di cristiani, musulmani,
buddisti, confuciani e pentecostali, di Corano e Vangelo, di Chiesa
avventista del Settimo giorno e scintoismo. Il libro che non ti aspetti dal
direttore dell'Economist, il prestigioso settimanale della City, considerato
la bibbia laica di economisti, politici, finanzieri, imprenditori di tutto l
'Occidente. In realtà God is back (Dio è tornato), scritto in collaborazione
con il corrispondente americano Adrian Wooldridge, ha molto più a che fare
di quanto si possa credere con il mestiere e gli interessi del 46enne John
Micklethwait
, dal2006 al timone del magazine londinese che diffonde tre
milioni di copie in tutto il mondo (l'80 per cento fuori dal regtno Unito).
Non solo perché è il primo direttore di dichiarata fede cattolica "romana"
(che ha come guida il Papa e non la Regina, come quella anglicana), ma anche
perché «la ripresa globale delle religioni» ha molto a che fare con il
capitalismo prossimo venturo. «La democrazia, il mercato, la tecnologia e la
ragione, tutto ciò che si supponeva dovesse distruggere la religione, in
realtà la rendono più forte», spiega Micklethwait. «Capitalismo e religione
camminano mano nella mano e si rafforzano a vicenda. Dio non è un'
alternativa alla modernità, ma una risposta ad essa. In molti Paesi del
mondo le Chiese utilizzano gli strumenti della modernità per prosperare e
propagare il loro messaggio».
-Il "risveglio del sacro" è un esito imprevedibile per molti pensatori dell
'Ottocento, da Durkheim a Marx.
«È vero, anche in molti testi su cui ho studiato vi era l'idea prevalente
che più la società si modernizza e più si secolarizza. Lo sosteneva anche
Francis Fukuyama quando parlava, dopo il crollo del comunismo, di "fine
della storia" e avvento del liberalismo. Oggi tutti questipensatori e
studiosi, a cominciare dagli illuministi, dovrebbero ricredersi. La
religione è parte del mondo moderno. Quello che è ormai chiaro a tutti è che
Dio è tornato. Ma l'aspetto più interessante non è di tipo quantitativo, ma
qualitativo. La religione sta giocando un ruolo pubblico sempre più
importante nella vita pubblica, sociale e intellettuale. Lo si vede
dappertutto: dalle banlieue di Parigi ai sobborghi di Dallas, dagli slums di
San Paolo alle baraccopoli di Bombay. Lo sviluppo della cristianità in Cina,
con particolare devozione alla Vergine Maria, è qualcosa di sorprendente.
Tra l'altro molti leader della protesta dell'89 in piazza Tien an men si
sono convertiti al cristinesimo».
- Quali effetti ha questo risveglio sull'economia?«Enormi. In Cina, per esempio, la conversione al cristianesimo (non solo
cattolico ma anche pentecostale) è una grande forza di ascesa sociale. In
tutto il mondo la gente ha scelto di spendere la sua acquisita libertà non
diminuendo ma aumentando il ruolo della religione, anche in politica. La
nuova borghesia emergente di Pechino non fa che creare comunità di
riflessione spirituale. L'accresciuta democrazia in Cina può produrre la più
grande ondata di cristianesimo di tutti i tempi. L'evangelismo pentecostale
in particolare, nato in America e diffuso fino in Francia, in Sudamerica, e
in Cina, fornisce alla gente la giusta disposizione psicologica per
prosperare nell'economia capitalistica».
-Lo diceva già Max Weber per l'etica protestante...«E in effetti la religione agisce con un meccanismo simile a quello
innescato dal puritanesimo del 17esimo secolo e descritto da Weber. Oggi il
fulcro però non è più l'Europa settentrionale, dove il capitalismo è nato,
ma l'America».
- QualeAmerica?«L'America profonda delle grandi chiese pentecostali, dove la fede abbraccia
democrazia e mercato e dove religione e modernità coesistono felicemente.
Per questo sostengo che per la prima volta nella storia il modello che si
sta esportando non è il cristianesimo europeo ma quello americano. Che tra l
'altro è molto legato all'economia. Se si va nel negozio di libri di una
chiesa evangelica, si trovano decine di manuale di business e di management.
I predicatori moderni usano modelli di business per evangelizzare più fedeli
possibile. Molta gente che entra in quelle chiese non è disperata e alla
ricerca di soluzioni. È gente che sta salendo nella scala sociale».
-La dimensione religiosa in Obama è importante?«Assolutamente sì. Lo si evince a partire dal suo libro autobiografico
I sogni di mio padre. Questo è il motivo per cui Obama è così
interessante agli occhi degli europei. Quando si pensa alla religione
americana si pensa a Bush, al newborn, a colui che per sfuggire all'
alcolismo riscopre la fede e si rivolge a Dio per essere aiutato».
- E non è così?«In realtà la tipica esperienza americana è quella di Obama, con cui molti
europei si identificano: un giovane intelligente, di successo, che scopre il
significato profondo della vita in una chiesa di Chicago e si converte,
dedicando a Dio i suoi sacrifici, il suo passato difficile, ma anche il suo
futuro . La fede è ciò che permette di capire il vissuto di Obama, ma anche
le sue scelte politiche».
- Obama però è apertamente favorevole all'aborto.«Questo è un problema per noi cristiani. Non lo ha mai nascosto. Anche nei
suoi libri ha sempre detto che entro certi limiti spetta alla donna la
libertà di scegliere. Almeno bisogna riconoscere resto è sincero, non è un
adoratore o un finto bigotto. Comunque la via americana, quella basata non
su un'eredità, su una tradizione, sul cuius regio eius religio,
come spesso avviene in Europa, ma su una scelta adulta è il modello che si
sta espandendo in tutto il mondo. Ha contagiato i democratici, che sono
diventati competitivi proprio perché hanno potuto presentarsi alle comunità
evangeliche, che erano appannaggio dei repubblicani e hanno vinto le
elezioni. Obama diceva loro: guardate alla mia storia, guardate al mio
passato, guardate come Dio mi ha cambiato. E ha trionfato».
-L'Italia è un Paese di profonde radici cattoliche eppure non se la passa
bene in economia.
«L'Italia resta uno dei più bei posti al mondo dove vivere, ha gente di
assoluto talento. Ma i suoi problemi non sono di natura religiosa. Avrebbe
bisogno di riforme strutturali, pensioni, opere pubbliche. Il suo leader
Berlusconi dovrebbe modernizzarlo maggiormente, è questo il suo mandato. La
tragedia è che non lo fa. Ma questa è un'altra storia...».

sabato 20 settembre 2008

I TREDICI GIORNI CHE SCONVOLSERO IL MONDO


Vale la pena di rileggerli, come un film, a mercati finanziari chiusi e ancora ebbri per l’impennata dei listini, questi tredici giorni che hanno sconvolto Wall Street e il mondo intero, per capire come sta cambiando un’epoca. Anche se per la verità la scintilla risale allo scoppio della bolla legata ai mutui “subprime”, quei prestiti concessi in America a clienti ad alto rischio di insolvenza, senza garanzie, poi trasformati in titoli sostanzialmente insolventi che hanno contaminato i bilanci di mezzo mondo. Al centro della crisi odierna infatti vi è questa immensa quantità di “bond” emessi per finanziare prestiti immobiliari che nessuno poteva onorare. Finchè qualcuno non ha cominciato a chiedere il “payback” il risarcimento.

Fannie Mae e Fannie Mac. Il film più recente della crisi, la sua fase acuta, se vogliamo, comincia il sette settembre del 2008, quando il Tesoro Usa annuncia di aver salvato i colossi dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac, ricapitalizzandoli con 200 miliardi di euro. In pratica lo Stato americano prende in braccio i due istituti, e con essi, virtualmente, cinque milioni di famiglie americane ritenute tecnicamente fallite. Ma l’operazione non basta a frenare l’emorragia. E così si arriva al quindici ottobre, quando cade un altro degli dei della finanza mondiale. La gloriosa banca di investimenti Lehman Brothers viene lasciata fallire: un crack da 613 miliardi di dollari. Non è chiaro perché il Tesoro abbia abbandonato Lehman e abbia salvato prima e dopo altri colossi in crisi. C’è chi critica la decisione, non solo per le migliaia di disoccupati, ma anche perché la caduta del gigante bancario fondato nel 1800 mette a repentaglio tutto il sistema.

La Fed come un eroe della Marvel. Intanto la crisi si estende. Per salvare la baracca le banche centrali (anche la Bce) pompano risorse fresche e garantiscono crediti e coperture per scongiurare il più possibile i default delle banche. In Europa la crisi è decisamente meno grave, grazie a una mentalità finanziaria diversa e a un sistema molto più solido. Negli Usa invece ben Bernanke, il governatore della Federal Reserve, la banca centrale americana, deve affontare il più grave terremoto dai tempi del del ’29. Proprio lui che è considerato uno dei massimi studiosi del crollo di Wall Street. E in effetti farà tesoro della lezione del passato. Allora i governi applicarono politiche restrittive, causando milioni di disoccupati. Oggi invece la metamorfosi della Federal Reserve con il suo “furore” espansivo, è impressionante. La banca centrale americana si è trasformata, come un super-eroe della Marvel. Da tempio del liberismo diventa la cattedrale dell’intervento statale, una sorta di holding finanziaria generosa di interventi pubblici (Lehman a parte). Lo Stato, tramite il Tesoro e la Fed, acquista di tutto: asset, banche, aziende in difficoltà , per girarle ad altre banche o ad altre aziende. Come un’idrovora compra titoli spazzatura e offre prestiti colossali per non far fallire altre banche.Il diciotto settembre il Tesoro prende in braccio l’American International Group. Il colosso assicurativo viene nazionalizzato e salvato in extremis con 85 miliardi di dollari.

I titoli di Stato come ai tempi di Hitler. Per capire la situazione è utili dare un’occhiata ai tassi interbancari (attraverso i quali le banche si prestano soldi l’un l’altra) e quelli dei titoli di Stato. Nel primo comparto sono ai massimi storici. Le banche non si fidano l’una dell’altra e quando lo fanno chiedono tassi di interessi altissimi per compensare il rischio. L’altra faccia della medaglia sono i T-bills, titoli di Stato Usa, considerati acquisti rifugio, ai minimi storici per l’aumento della domanda. Li vogliono tutti. Quelli trimestrali rendono appena lo 0,02%. Il precedente è del 1940, ma allora c’erano gli investitori terrorizzati da Hitler che devastava l’Europa. Ormai la gente non si fida più di nulla: polizze, azioni, obbligazioni. Ci si accontenta di mettere i soldi sotto il materasso.

La versione di Barney. Lo Stato diventa sempre più una grande madre pronta a scongiurare il fallimento di molti istituti. Si muove la Casa Bianca. Si muove il Tesoro. Si muovono anche i rappresentanti democratici e repubblicani di Capitol Hill. Il deputato Barney Frank, presidente della Commissione servizi finanziari della Camera, propone di dar vita a un nuovo ente federale, una specie di Iri, che rilevi le società crollate sotto i colpi della crisi.

Il nuovo piano Marshall. Alla fine, al termine di frenetiche consultazioni, mentre i listini dei borsa di tutto il mondo precipitano, il presidente Bush e il titolare del Tesoro Henry Paulson annunciano venerdì 19 settembre un piano per ripulire il sangue finanziario del pianeta, con la costituzione di un fondo in cui far confluire gli asset non liquidi dai bilanci delle banche. Una sorta di gigantesca “bad company” che raccoglie i titoli “tossici”, per la quale il Tesoro è disposta a versare coi soldi dei contribuenti mille miliardi di dollari, una cifra “monstre”, dieci volte quella del Piano Marshall del Dopoguerra. Dopo giorni e giorni di cadute a picco le borse ringraziano con recuperi record.

Bye Bye liberismo. Il coccodrillo America ora tira il fiato e piange su un sistema di capitalismo drogato, attento solo a bilanci patinati , pieni di cifre con ricavi immediati, finalizzati a far salire temporaneamente i corsi azionari (con i manager che ne lucrano stock options e altri bonus). E’ la fine dell’epoca liberista, a vantaggio di una nuova era statalista e interventista di deficit-spending. Bye bye mister Friedman, bentornato lord Keynes.

domenica 17 agosto 2008

Il '29 di Tremonti


Curiosamente, da frangenti diversi, Eugenio Scalfari su Repubblica e Francesco Giavazzi sul Corriere paragonavano nei rispettivi editoriali di ieri la politica economica del ministro Tremonti a quella di Herbet Hoover, il presidente americano che dovette affrontare il crollo di Wall Street del 1929 e che volendo ostinatamente raggiungere il pareggio di bilancio creò le premesse della “Grande Depressione,” poi superata dal sucessore Franklin Delano Roosvelt e dal suo New Deal.

Gli avvenimenti storici hanno sempre una forza drammatica che aiuta a organizzare il ricordo e la compresnione degli uomini. Ecco perché quel “venerdì nero” del 25 ottobre 1929, con il suo crollo della borsa americana, è considerato un paradigma di quella “Great Depression” che creò milioni di disoccupati in tutto l’Occidente e in Germania indebolì la Repubblica di Weimer creando le premesse del nazismo. Ma stiamo sempre parlando di suggestioni storiche. E le suggestioni storiche hanno una grande forza evocativa ma – è il caso di dirlo – lasciano pur sempre il tempo che trovano. La crisi finanziaria e le politiche deflazionistiche dei governi occidentali degli anni Trenta (non solo di quello americano) è solo una delle concause di quella gigantesca recessione economica, cui si devono aggiungere altri fattori, come la sovrapproduzione agricola e industriale, l’assenza di spinte innovative, la crescita della popolazione attiva che premeva sul mercato del lavoro, i mancati adattamenti dell’economia tra le due guerre, un’industria ormai “matura” e le conseguenze dell’inflazione, soprattutto in Germania, tra cui una paura terribile che si tornasse a pagare un litro di latte con una cesta piena di miliardi di marchi.

Tuttavia il paradigma tiene per esemplificare le politiche economiche messe in atto dai governi dell’Occidente per fronteggiare quella gigantesca crisi, tutte uguali, tutte deflazionistiche, tendenti cioé a risanare i bilanci e a tener lontana l’inflazione. La politica della “sound money”, della moneta forte, che creò schiere di disoccupati. A cominciare da quella del cancelliere tedesco Bruning, il “cancelliere della fame”, che cadde “a 100 metri dalla meta” per lasciare il passo a una serie di governi autoritari che fecero poi da anticamera al nazismo. Con una certa “faciloneria retrospettiva” come ha detto lo storcio Borchard, si è detto che quei governi, da Hoover a Bruning, avrebbero dovuto attuare una politica anticiclica, di rianimazione del’economia mediante l’espansione della spesa pubblica e attraverso maggiori investimenti statali e indebitamento pubblico. E’ il modello del più grande economista di tutti i tempi, John Maynard Keynes. Peccato che la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta venne pubblicata solo nel’36, quando ormai il mondo era precipitato nel gorgo nazista che di lì a poco avrebbe scatenato la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre oggi le banche centrali hanno imparato molto da quelle vicende col senno del poi e i meccanismi monetari messi in atto hanno impedito all’Occidente ripetute volte, praticamente ad ogni congiuntura, di scivolare nel baratro.

Serve dunque quel monito storico al nostro ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che peraltro ama molto le metafore storiche e non molto tempo fa, ad esempio, paragonò l’Europa di oggi all’Europa affamata tra le due Guerre che scivolò nell’autoritarismo? A nostro parere può servire come suggestione per dire che il pareggio di bilancio in questo momento non è la priorità (ma lo si potrebbe dire non solo a Tremonti, ma anche alla Commissione europea e lo si sarebbe potuto dire anche al precedente governo) e che servirebbe piuttosto una politica di riduzione fiscale per liberare la crescita e innescare il ciclo virtuoso consumi-produzione-occupzione. Senza catastrofismi però, perché l’Europa di oggi, grazie a Dio è un’Europa di grandi e solide democrazie e alcuni economisti già individuano la luce in fondo al tunnel di una crisi che ha cause completamente diverse.