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lunedì 14 giugno 2010

VIVA VERDI

Polemiche in Veneto perché il governatore Zaia ha fatto cantare il Va' pensiero di Giuseppe Verdi anziché Fratelli d'Italia. Peccato che il coro del Nabucco sia quanto di più risorgimentale possa esistere, essendo la metafora della condizione degli italiani soggetti al dominio austriaco. "Viva Verdi", si urlava nel '48, alludendo all'acronimo di Verdi: Vittorio Emanuele Re d'Italia.

venerdì 23 aprile 2010

DIETRO L'OPA OSTILE DI BOSSI SULLE BANCHE

“Chi è intelligente ha capito che abbiamo vinto tutto. Quindi, fatalmente, ci spetta una fetta di banche”. “La gente ci dice di prendere le banche e noi lo faremo”. Umberto Bossi entra nel salotto buono del capitalismo italiano senza farsi annunciare, senza nemmeno pulirsi sullo zerbino le scarpe infangate dal prato di Pontida, con la delicatezza che gli è nota. Ma cosa c’è dietro l’urlo bossiano, simile a quella di un Braveheart padano prima dell’assalto a una fortezza? Va detto che quello del sistema bancario, che Amato definì non a caso “la foresta pietrificata”, è tutt’altro che una fortezza facile da conquistare. Tanto è vero che i suoi castellani, quei banchieri “bianchi” e “neri” (classificati con parole povere a seconda della loro provenienza laica o cattolica) sono lì da oltre quarant’anni e quando escono di scena lo fanno molto raramente, quasi sempre per morte naturale (vedi la tartaruga Enrico Cuccia).

Il mondo delle banche oltretutto è per definizione molto silenzioso, la lingua ufficiale è l’understatement ed è molto più efficace lavorare a trenta metri di profondità. Anche perché annunciare di avere l’orso prima di prenderlo è molto pericoloso nel mondo della finanza italiana perché può far scappare o rinforzare l’orso, come sanno molti politici e capitani di ventura (coraggiosi o meno) che sono rimasti scottati, per non parlare dei vari “furbetti” del quartierino, finiti in galera. Tutto questo, se non lo sa Bossi, lo sa certamente Giulio Tremonti, che di Bossi è l’ispiratore in tema di economia e finanza e il regista di tutta l'operazione. E allora che sta succedendo? Bossi ha probabilmente lasciato un segnale a tutto il mondo bancario, per far capire che il vento è cambiato, inducendoli ad accodarsi al nuovo Signore e spaventando coloro che non vogliono accodarsi. E’ un metodo un po’ rozzo, ma nelle intenzioni del “senatur” efficace, almeno politicamente. Il resto del piano è universalmente noto.

La Lega, dopo l’avventura disastrosa della banchetta messa su in maniera dilettantistica e subito fallita rovinosamente, ha capito che le banche ora è meglio conquistarsele sul territorio, almeno quelle che è possibile conquistare. Come? Con un piano già tentato e fallito nel 2002, quando Tremonti aveva emanato un regolamento per trasferire il 70 per cento dei posti di consigliere delle Fondazioni agli enti locali. “Nelle vecchie Fondazioni, aveva detto il ministro proprio a Famiglia Cristiana, «ci si occupava più di affari, di banche, di assicurazioni, di nomine, che di terzo settore, solidarietà o cultura. Ogni tanto si faceva della carità o del mecenatismo. Ma in modo poco trasparente e poco controllato». Insomma, per Tremonti, si pensava «più alle Generali che al morbo di Alzheimer». Lo scopo (o il pericolo, a seconda dei punti di vista) era quello di ripianare i bilanci pubblici e anche di creare tante piccole Casse del Mezzogiorno settentrionali. Un piano fortemente osteggiato dalle Fondazioni e in primis dal presidente di “madame” Cariplo, la più grande e potente delle Fondazioni, l’avvocato Giuseppe Guzzetti, che attuò una ostinata e pugnace battaglia legale e politico-finanziaria.

Ora il Carroccio, forte di un esercito più ampio e compatto, con due governatori del Nord all’attivo, quello veneto e quello piemontese, torna all’assalto della Fortezza. Il primo bersaglio, oggi come allora, sono le Fondazioni, che faranno da ponte per arrivare agli istituti di credito veri e propri. Le Fondazioni infatti detengono consistenti pacchetti delle banche di riferimento. Buona parte dei consigli di amministrazione delle Fondazioni è in via di scadenza e man mano che decadranno vedranno sedersi ai tavoli dei consigli di amministratori dei signori con il fazzolettino verde al taschino, nominato da quegli enti locali (province,comuni, regioni) conquistati a man bassa dalla Lega.

Da lì, arrivare alle banche, colossi del credito come addirittura Unicredit, il passo non è poi tanto lungo. Questo è il piano, per nulla nascosto e anzi condito della solita iattanza popolaresca. Una testa è già rotolata: ed è quella di Salza, sostituito alla Compagnia San Paolo con l'ex ministro ed economista Domenico Siniscalco, molto stimato da Tremonti. Sarà interessante assistere alle contromosse del sistema al comando. A cominciare dall’uomo cui Bossi, anzi Tremonti, ha mandato il segnale dell'olifante che è risuonato su tutto il campo di Agramante: il banchiere Giovanni Bazoli. E questa è una pagina ancora tutta da scrivere. (1- continua)

lunedì 17 agosto 2009

L'ITALIA NEL FRULLATORE

Per chi si fosse perso la prima puntata, l’intervista pubblicata domenica 21 giugno, Stefano Folli, editorialista del Sole24ore e principe dei commentatori politici, prevedeva una caduta del Cavaliere e uno stallo della politica. Se lo stallo è ormai visibile per tutti, Berlusconi è ancora il capo di una coalizione sempre più sfilacciata. Con due novità-tormentoni che tengono banco in questa mezza estate e che si tengono insieme: il tradizionale predominio mediatico ferragostano della Lega, con la sua escalation di leggi e proposte anche bislacche, come i sottotitoli in dialetto per le fiction, e il nascente partito del Sud. Questione settentrionale e meridionale che si tengono insieme a filo doppio e che rischiano di mettere il Paese in un frullatore.
- Parlavamo di Berlusconi “anatra zoppa”, ma finora la caduta non c’è stata.
“Queste situazioni o producono un crollo repentino nel giro di pochissime settimane oppure si crea un fenomeno di adattamento, anche da parte dell’opinione pubblica. Questo avviene in tutto il mondo. Clinton scampò allo scandalo Lewinski ma ne uscì con un’immagine intaccata”.
- Sta di fatto che la situazione politica è ancora in fase di stallo...
“La crisi economica, nonostante i segnali di ripresa, è ancora forte e l’opinione pubblica si aspetta delle iniziative, dei provvedimenti per fronteggiare questa situazione. In un momento come questo un vuoto di potere non piace a nessuno. E poi non c’è un’ipotetica alternativa di governo. L’opposizione è completamente paralizzata”. - Il Cavaliere dunque, comunque vada, rimarrà saldo in sella... “Questo non significa che la cosa è stata dimenticata. Berlusconi è abbastanza logorato come figura pubblica, anche se non in procinto di cadere. Il rapporto con i cattolici, in cui il Cavaliere ha sempre avuto un notevole seguito, è molto compromesso”. - Dunque, a meno di colpi di scena, il pubblico “sventolio di mutande”, non gli impedirà di andare avanti.
“Il problema è se lui ha ancora la forza di esercitare la leadership forte. E’ come se ci fosse un patto con l’opinione pubblica: voi chiudete gli occhi e io, premier, vi garantisco un governo efficace”.
- Una specie di secondo, implicito, anche se non pubblico, contratto con gli italiani...
“In qualche modo si. Il politico è logorato rispetto a 15 anni fa, anche per via del tempo. Nell’Europa moderna non c’è più nessuno dei politici che agivano sulla scena politica ai tempi della sua famosa discesa in campo, nel 1994. Mitterand, che è stato il leader più longevo, è arrivato a 14 anni di presidenza all’Eliseo. Berlusconi ha superato tutti, è stato il baricentro della politica italiana. Nessuno può vantare un primato del genere. C’è un logoramento insito nella durata dell’arco temporale. E’ in condizione oggi Berlusconi di far valere la sua parte di contratto? Questo è il punto”.
- Se non ci riesce che succede? “Se non ci riesce allora anche gli aspetti che riguardano la rappresentabilità di certi suoi comportamenti potrebbero tornare a galla come elemento di forte turbamento dell’opinione pubblica nei suoi confronti. Questo avviene in una fase successiva. E come se si dicesse: vediamo cosa sei in grado di fare nei prossimi mesi”.
- Nel frattempo è esplosa la questione meridionale, con lo strappo del governatore siciliano Lombardo e del vicerè Micicché.
“Lo strappo meridionalista costituisce la vera minaccia nel Centrodestra”.
- Non c’è anche l’opposizione del Pd?
“Il Pd è totalmente fuori gioco. Il problema non li riguarda. La dialettica opposizione maggioranza è tutta all’interno del Centrodestra.”.
- Venendo a mancare il dibattito maggioranza-opposizione si è formato all’interno del Pdl un conflitto Nord-Sud.
“Una dialettica che a saperla dominare potrebbe essere perfino vantaggiosa ma che può diventare distruttiva. Berlusconi nel corso degli anni ha rappresentato un momento di sintesi efficace. Ha messo insieme pezzi di Nord e di Sud”.
- Ma oggi Berlusconi non è più un novello Garibaldi, sembra incapace di unire il Settentrione al Meridione.
“La domanda che dobbiamo porci è questa: il Cavaliere rappresenta ancora un elemento di sintesi o va avanti per piccolo cabotaggio? Mi pare che la risposta sia la seconda. Un giorno si dà ragione al Sud il giorno dopo al Nord”. - Poi però deve tranquillizzare Bossi e quindi apre sulle gabbie salariali... ”C’è un aspetto nuovo che è dato dalla difficoltà di tenere insieme le forze che tengono insieme il Nord e le forze meridionaliste che hanno imparato il metodo della Lega. Senza avere peraltro le caratteristiche del Carroccio, i suoi legami autentici, territoriali”.
- Il nascente partito del Sud non ha legami territoriali? “Qui siamo di fronte a un gioco di un ceto politico che si è organizzato per fare pressione su Roma, Ma tutto questo produce problemi seri in una situazione di scarsità di risorse economiche. Li voglio vedere, i grandi piani di investimenti nel Sud, con la Lega nervosa e potente com’è in questo frangente politico...”
- La Lega continua a mantenere il suo sigillo su questa maggiornza.
“E’ un partito che vale l’11 per cento dei voti ma politicamente fa valere la sua rendita di posizione nel momento in cui Berlusconi è comunque indebolito. Sostiene la sua coalizione, ma guadagna posizioni di potere, marca un’identità, mette il Pdl in una posizione difficile sul piano elettorale”. - In effetti la loro marcia verso i governatorati del Nord alle elezioni amministrative appare inarrestabile...
“I leghisti hanno l’occhio lungo. Pensano già alla prossima presidenza di Lombardia e Veneto. In passato Berlusconi sapeva gestire bene queste situazioni. Adesso vedo che a partire da questa storia del partito del Sud che - non esiste come partito ma come gruppo di pressione - qualcosa è cambiato nella geografia del Centrodestra. La dinamica che si è messa in moto tra Nord e Sud è molto più insidiosa e pericolosa dello scandalo della Escort”.
Nel frattempo, su un altro mondo, si sta svolgendo il dibattito congressuale nel Pd. Quando torneranno su questa terra?
“Secondo me Bersani ormai ha vinto. La sua sinistra di riferimento è l’ex partito comunista, i ds”. - In tal caso la forma partito che ne può nascere in seno al Pd è il ritorno a un partito che tenda a recuperare legami a sinistra e instaurare alleanze con il centro cattolico e moderato.
“L’aspetto rilevante rispetto alla ricollocazione complessiva del Pd nell’ambito socialdemocratico è che può nascere un centro con una sua consistenza parlamentare e di opinione pubblica in grado - in prospettiva - di stringere un’alleanza con il Pd di Bersani. Senza la quale, come è noto, in Italia non si va da nessuna parte.
- Pensa che in tal caso ci potrebbe essere una fuoriuscita dei moderati e dei cattolici come la Binetti o Rutelli, magari verso l’Udc di Casini?
“Se nasce questo baricentro forte al centro (irrilevante se Binettie Rutelli vanno da Casini) si potrebbero creare sommovimenti rilevanti che riguardano pezzi del Centrodestra”.
- Ogni tanto Pisanu e Scaiola lanciano qualche messaggio, magari in antitesi alla Lega. Potrebbero essere loro i primi ad abbandonare la grande nave del Cavaliere? “Potrebbero. Ma oggi questa eventualità, allo stato delle cose, non è credibile. Quella di un nuovo centro non è una storia di oggi e neanche di domani. Finché c’è Berlusconi sulla scena non ci sarà mai un centro alternativo con una qualche verosimiglianza. Berlusconi tiene bloccato il centro moderato, mentre il partito che domina è la Lega. Questo piccolo centro di Casini, che pure è riuscito a conservare i suoi voti, può diventare solo una promessa per il futuro”.

lunedì 11 maggio 2009

L'ITALIA E' GIA' UN PAESE MULTIETNICO

“Il metrò con posti riservati per i milanesi proposto da un
consigliere della Lega? Io a Bologna viaggio sempre
sui mezzi pubblici e noto che il settanta per cento dei passeggeri è
costituito da extracomunitari. Comunque stamattina un passeggero mi ha ceduto il posto per via dei miei 68 anni. Ed era un extracomunitario”. Per Giuliano Cazzola, onorevole del Pdl e vicepresidente della Commissione lavoro della
Camera, l'Italia è già un Paese multietnico.
Non c'è bisogno di
aspettare il futuro.
- Sbaglia dunque Berlusconi a dire il contrario?
“Dire che l'Italia non sarà mai multietnica è come dire che l'acqua
dei fiumi scorrerà in salita”.
-Qualche esempio?
“Quanti ne vuole. A Bologna c'è il quartiere della Bolognina.
- Celeberrimo, per via della famosa svolta di Occhetto...
“Quello, ora è diventato un quartiere cinese”.
Vuol dire che là dove l'ultimo segretario del Pci proclamò la fine del
comunismo ora ci sono immigrati provenienti dalla Repubblica popolare
cinese?
“Proprio lì, ora ci abitano i cinesi. Piazza Verdi è divenuta una
sorta i casbah bolognese, con qualche problema sul piano dei prezzi di
affitti e vendite delle case, che si abbassano. A Bologna tutta la
rete dell'ortofrutta è in mano ai pachistani”.
- Vuol dire che ci dobbiamo rassegnare pacificamente?
“Per nulla. I problemi di integrazione ci saranno e saranno anche
complessi, ma non serve a nulla negare l'evidenza e dire che l'Italia
non sarà multietnica. Dobbiamo scendere con i piedi per terra.
Al di là di tutto quello che si può dire e si deve fare per combattere
la clandestinità e i reati dei clandestini dobbiamo accettare la
sfida. Come del resto l'hanno accettata i Paesi che prima di noi hanno
fatto i conti con l'immigrazione. L'Inghilterra, la Germania, la
Francia. Sarkozy è figlio di un immigrato ungherese. Ibrahimovic è
svedese ma è figlio di immigrati dell'ex Jugoslavia. Per non parlare
degli Usa.
- Paese multietnico per eccellenza.
“Recentemente ho visto un film bellissimo di Clint Eastwood: Gran
Torino. Se Berlusconi non lo ha ancora visto lo vada a vedere. E' la
storia di un cittadino americano che entra in contatto con l'altro,
con una famiglia di immigrati e ne scopre la profondità”.
- Gran Torino insomma riguarda anche l'Italia.
“L'Italia e l'Europa e in fondo l'Occidente. La parte Nord del mondo è
una parte vecchia. ricca e benestante, che non ha più voglia di
lavorare, il Sud del mondo sta morendo di fame e ha una gran voglia di
lavorare per aumentare il suo tenore di vita, che è fatto spesso di
stenti”.
- La multietnicità insomma è una condizione..
“Certo, la storia del mondo è fatta di migrazioni. Lo dice anche la
Bibbia: non molesterai lo straniero perché tu fosti straniero in terra
d'Egitto. E infatti gli ebrei andarono nel regno dei Faraoni per fare
gli edili, gli artigiani, e partecipare alla costruzione delle
piramidi. La storia si ripete. Certo non si tratta di aprire le porte
semplicemente. Ripeto, è una sfida complessa che va governata e
gestita. Io faccio sempre l'impero romano, che crollò quando i barbari
non solo facevano i mestieri dei romani ma addirittura entravano nelle
file dell'esercito, come il generale Stilicone. Sono processi che
vanno affrontati nella loro durezza e nella loro complessità. E' un
mare nuovo, che ci mette paura, ma in cui bisogna buttarsi. Nella mia
città, m anche in altre parti d'Italia nessun immigrato ruba il lavoro
a un italiano, perché la disoccupazione è fisiologica, meno del tre
per cento. Oltretutto possono essere una risorsa, perché pagano circa
sei miliardi di contributi su un totale di 130 versati da tutti gli
italiani. Non mi pare una cifra da buttare. E sono destinati ad
aumentare”.

domenica 17 agosto 2008

CONTRORDINE CONTRIBUENTI


Controordine contribuenti. L’Ici, l’imposta comunale sulla casa, va ripristinata. Lo dice Umberto Bossi nel tradizionale discorso di mezza estate da Ponte di Legno. “L’Ici la rimetterò”. Papale papale. Un’improvvisa boutade ferragostana? Una sparata bossiana? Niente affatto: il ministro delle Riforme dice che fosse stato per lui, non l’avrebbe mai tolta. Perché l’Ici è un’imposta locale e dunque fa parte a pieno titolo di quel sistema di riforma federalista che la Lega fortissimamente vuole e il cui iter dovrebbe partire già in autunno. Bossi ha spiegato che bisogna passare da un sistema di finanza derivata, in cui è lo Stato a dare i fondi agli enti locali, a una forma di autonomia finanziaria, in cui Comuni, Province e Regioni prelevano direttamente le tasse. «I cittadini - ha aggiunto il leader del Carroccio - sono disposti a dare, se le tasse vanno ai loro Comuni, perché vedono i risultati: strade, aiuole». Il ministro delle Semplificazioni Roberto Calderoli ha poi precisato per rassicurare i contribuenti federalisti: «La proposta che porterò al tavolo del federalismo fiscale non sarà una semplice reintroduzione dell'Ici, ma prevederà la soppressione delle oltre dieci tasse relative alla casa (Stato, Regione, Comune) e la loro sostituzione con un tributo unico, proprio a vantaggio dei Comuni». Insomma, per semplificare, non è che ritornerà l’Ici, bensì un surrogato, che non si chiamerà più Ici, magari si chiamerà Tca, tassa comunale autonoma, o Ifi, imposta federale sugli immobili o magari Pippo o Topolino, ma sempre di contributi fiscali si tratta.

E pensare che il provvedimento non ha nemmeno tre mesi. Ricordate? L’annuncio venne dato da Napoli, “era de maggio”, e il presidente aveva insediato il suo governo nel capoluogo campano assediato dalla monnezza. Quell’assedio che peraltro ha brillantemente contribuito a respingere in pochissimo tempo cancellando una vergogna nazionale, uno degli innegabili successi del Berlusconi Quater. Fu in quell’occasione che venne abolita l’Ici per la prima casa. Una promessa mantenuta, pechè chi scrive si ricorda benissimo l’occasione dell’annuncio: l’ultimo duello televisivo tra Prodi e Berlusconi, quando il Cavaliere, di fronte all’arbitro Guido Vespa, in zona Cesarini, quando già scorrevano i titoli di coda, diede l’annuncio a sorpresa, spiazzando il Centrosinistra: “Aboliremo l’Ici”.

E ora? La promessa viene rimangiata? L’Ici ritorna, magari sotto altro nome, in nome del federalismo fiscale? Ora, se c’era una cosa che hanno ben chiaro gli elettori è che federalismo fiscale significa redistribuzione delle tasse dallo Stato alla periferia, ma non certo per vedersele aumentate, bensì diminuite. Può darsi che sia una visione un po’ naif ma il quadro doveva esser quello. Per aumentare la pressione fiscale bastava e avanzava lo “Stato centralista”. E invece Bossi ha chiarito una volta per tutte che federalismo fiscale può significare tasse di altro tipo, meglio impiegate, più controllate, ma non necessariamente meno tasse. Non sappiamo se sia stato l’amico Tremonti, il Colbert dell’economia preoccupato dall’andamento dei conti pubblici, a soffiargli in un orecchio la cosa per far tornare un fantasma di cui nessuno aveva nostalgia. Perché è evidente che il mancato introito deve aver causato enormi difficoltà nelle casse comunali (e infatti molti sindaci, anche del Centrosinistra, si sono affretatti a plaudire alla reintroduzione dell’imposta).

Ma agli italiani, oberati da una delle pressioni fiscali più alte d’Europa, assediati da quella “tassa dei poveri” che è l’inflazione che corrode rendite e salari, questo non piacerà. Perché una promessa è una promessa, anche elettoralmente. Forse è la prima vera doccia fredda che arriva dal federalismo fiscale. Con un dubbio angosciante: che forse una riforma del genere non vuol dire meno tasse, ma addirittura moltiplicazione dei contributi tra imposte di Stato e imposte locali, in un “gioco delle parti fiscali” che può divenire devastante nel ginepraio di tasse, contributi e balzelli richiesti da stato, comuni, province, regioni. Non dobbiamo dimenticare che gli taliani versano già non poco agli enti locali tra addizionale comunale Irpef, tariffa per l’asporto dei rifiuti urbani, imposta sulla Rc auto, addizionale sulla bolletta dell’Enel, imposta di trascrizione, Irap, compartecipazione dell’Iva, addizionale regionale sull’Irpef, compartecipazione sulle accise della benzina Una pressione, quella tributaria locale, non indifferente, che va dalle duemila euro all’anno di Milano alle 600 euro di Enna. Siamo proprio sicuri che i milanesi dal federalismo fiscale vedranno calare qul fardello di duemila euro? O addirittura il fardello (sia di Milano che di Enna) finirà per aumentare per tenere in piedi sistema statale e sistema federale?

sabato 28 giugno 2008

MONNEZZA SDOGANATA


Dunque, la Lega – con un sì condizionato – ha sdoganato la monnezza campana. È stato lo stesso Bossi a dare l'annuncio dopo l'accordo con il ministro per i Rapporti con le Regioni Fitto, che convocherà la conferenza Stato-Regioni e chiederà agli enti locali di farsi carico di una quota parte dei rifiuti. Certo quella del Carroccio è una virata a 180 gradi, se pensiamo che alla Camera per due volte aveva votato con l'opposizione il decreto sull'emergenza, facendo andare sotto il governo. Un segnale che il Carroccio mandava alla maggioranza per far capire quanto ci tenga affinché dal Parlamento arrivi un messaggio di «responsabilizzazione delle amministrazioni locali campane» che devono in qualche modo farsi carico di un'emergenza da loro creata. Perché «non passi il principio che tanto alla fine paga sempre Pantalone». Dalla base erano arrivate minacce di boicottaggio: «Se anche un solo treno carico di rifiuti passerà per la Lombardia ci metteremo di traverso per impedire che questo accada». In poche ore la Lega è passata dalle traversine dei binari alla guida del locomotore.
La decisione presa da Bossi è stata accolta da Formigoni non esattamente con entusiasmo. Il governatore non ha mai nascosto perplessità verso una soluzione lombarda del caso Napoli. Ma alla fine ha confermato di essere disponibile a smaltire dalle cinque alle settemila tonnellate di rifiuti (del resto non è una novità: lo aveva già dichiarato ai tempi del governo Prodi, indicando la stessa identica quantità). La Lombardia lo farà per un principio di solidarietà, ma anche perché «la situazione laggiù sta mutando e ci sono segnali di questo nuovo corso». Lo dimostrerebbe la costruzione dei termovalorizzatori, uno nella città di Napoli. Ci sono valide ragioni per accogliere e smaltire i rifiuti campani in Lombardia e nelle altre regioni. Il primo è il principio di solidarietà che sta alla base di uno Stato e di un popolo. Un'altra motivazione morale (fatta balenare dal presidente della Repubblica), potrebbe essere quella d'interpretare l'operazione come una sorta di riparazione nei confronti della gente del Sud. Gran parte dei rifiuti tossici, sanitari e pericolosi insaccati abusivamente in Campania in questi dieci anni, infatti, venivano spesso da disinvolte fabbriche del Nord.

Ma ci sono cose che vanno chiarite. Primo: quelle che arriveranno non saranno ecoballe buone per i termovalorizzatori, da cui produrre energia termica. Quelle campane, come risulta dalle indagini della magistratura, dei tecnici, dei commissari e della Commissione della Camera, non sono trattate a norma: contengono di tutto e di più. Durante una verifica hanno trovato perfino una ruota d'auto con tanto di cerchione. Pertanto non potranno finire nella maggior parte dei 25 impianti lombardi. Si tratta di rifiuti belli e buoni e come tali vanno trattati, per esempio in discarica. Anche da Brescia, dove c'è il più importante termovalorizzatore della Lombardia, la risposta non s'era fatta attendere: le ecoballe campane non possiamo gestirle perché non è materiale differenziato. Secondo: gli impianti di raccolta e di smaltimento della regione sono già a regime. Vi sarà un potenziamento che inevitabilmente farà scaturire più diossina nel cielo di Lombardia, così bello quando è bello, così inquinato quando è inquinato. Dunque deve trattarsi di un'operazione «una tantum», ne va della salute dei cittadini. Terzo: lo stock d'immondizia smaltita cinque anni fa durante un'operazione simile non è stata ancora pagata ai legittimi creditori. Ma in Germania i rifiuti se li fanno pagare. Non sarebbe il caso, per un sacrosanto principio di responsabilità, che gli enti locali campani pagassero almeno in parte lo smaltimento, onorando i propri debiti? Non sono stanchi anche loro di cantare «chi ha avuto ha avuto»?

lunedì 5 maggio 2008

Tra fede e Lega

La svolta è arrivata il giorno di Pasqua. Giuseppe Leoni, uno dei fondatori della Lega Nord, ha telefonato al suo amico Umberto Bossi nella sua casa di Gemonio, intorno alle 11: «Gli ho fatto gli auguri, poi ho aggiunto: se però non vai alla Messa di precetto, non è vera Pasqua. Umberto ci ha pensato e mi ha risposto: vienimi a prendere che andiamo. E così l’Umberto è entrato in una chiesa, dopo forse 30 anni che non accadeva». Sono le otto e mezza del mattino di domenica 4 maggio. Leoni ricorda l’episodio accanto al suo amico parroco don Pietro Giola, sui gradini della chiesa di Maria Immacolata, una chiesa sussidiaria alle porte di Varese, quasi nascosta tra una villetta e un autolavaggio. «il Bossi», ricorda don Pietro, «me lo sono visto arrivare alla messa vespertina, nella chiesa di San Michele, la chiesa principale della mia parrocchia della frazione di Bosto. Si è seduto con i suoi, discretamente, e ha pregato con gli altri fedeli. Gli ha portato buono, visti i risultati elettorali! L’ho detto anche ai miei parrocchiani: se a Bossi, che è andato a una Messa dopo 30 anni, è successo quel che è successo, a voi che venite in chiesa tutte le settimane, cosa vi capiterà di bello?». Poi aggiunge: «Se la Lega si elevasse un po’ di più verso lo spirituale, come cerca di fare Leoni, che è un cattolico serio, discreto, impegnato nel volontariato, sarebbe un bel colpo». Don Pietro non è schierato per la Lega, né per nessun altro partito, però cerca di capire le ragioni di una valanga di voti che ha influito anche su una parte dei suoi parrocchiani: «I leghisti hanno un linguaggio vicino al popolo. Il linguaggio di un Bertinotti non è capito dalla base. Come prete non mi schiero con nessuno, come cittadino mi ritengo un moderato, orfano della Dc. Avrei potuto votare per l’uno come per l’altro schieramento. Poi, però, Veltroni ha imbarcato sciaguratamente i radicali. E a quel punto non c’erano più dubbi: il voto è stato dettato anche dalla morale cristiana». Il Carroccio ha trionfato alle elezioni mettendo in soffitta il suo strampalato armamentario pagano. Sembra finito il tempo del dio Po, delle ampolline, dei riti celtici e anche quello dell’anticlericalismo in cui si è spesso distinto il suo lider maxino. E a quanto pare i cattolici gli hanno creduto, se è vero che il 39 per cento dei praticanti, stando ai sondaggi, ha votato Lega. Anche molti parroci del Nord sembrano aver sdoganato il Carroccio, al di là della distanza ben segnata dai vescovi italiani, che non si schierano se non per i valori “irrinunciabili” del Vangelo. Sui giornali appaiono i nomi dei presunti parroci leghisti, tirati in ballo anche a sproposito, come don Mario Cardinetti parroco di Cava Manara, nel Pavese, che contattato telefonicamente ci dice di essere stato «strumentalizzato e frainteso. Mi sono attirato anche le ire di alcuni miei parrocchiani». Molti sacerdoti cercano di capire, come don Silvano Ghilardi, già assistente nazionale dell’Azione cattolica e parroco di Zanica, nella Bergamasca. Nella terra di papa Giovanni XXIII sono stati in molti a salire sul Carroccio. «Il fenomeno Lega mi ha colpito fin dalla fine degli anni ’80. L’impatto in parrocchia mi fa incontrare una Lega molto diversa dalle esternazioni dei suoi leader. Tra i miei fedeli ho leghisti praticanti, vicini alla realtà ecclesiale, seri, devoti. Mi colpisce in particolare il loro impegno diretto nella Lega e il sostegno ai missionari del Terzo mondo. Poi, però, è vero che certi manifesti e certi proclami sono inquietanti e intolleranti. Ma nella pratica è diverso». Insomma, una Lega che predica male e razzola bene? «Non saprei, so solo che la critica all’amministrazione statale centralista da noi è molto diffusa, non solo tra i leghisti. L’insicurezza, il centralismo romano, l’inefficienza, il fisco, sono cavalli di battagli leghisti che poi non vengono elaborati con delle soluzioni concrete, non si sono viste grandi proposte». Nella Lega c’è anche una vasta generazione di amministratori locali che proviene dalle file della Dc, o addirittura dal volontariato e dall’associazionismo cattolico. Come Silvana Santisi Saita, sindaco di Seriate, già presidente diocesana dell’Azione cattolica dall’86 al ’92. «Per me, che venivo dall’associazionismo ed ero stata assessore ai servizi sociali, aderire alla Lega ha significato portare avanti il mio impegno nel volontariato cattolico, al servizio della gente», ci dice nel suo ufficio di primo cittadino. Seriate, ci assicura, è un’isola felice della Bergamasca. «Non ho questuanti ai semafori e venditori abusivi. Ho un progetto costante di assistenza dalla culla alla tomba, con progetti per le neomamme e gli anziani». Per la sindachessa di Seriate il problema principale però proviene dai rom e dagli albanesi, l’incubo dell’era della globalizzazione: «La Lega non è intollerante con gli extracomunitari, ma contro chi entra in Italia e pensa che sia il Paese di Bengodi». Il Carroccio, come dice il sociologo Aldo Bonomi, «sta dentro la globalizzazione e i suoi grandi cambiamenti». La pratica e il credo dei cattolici si incrocia con le problematiche del Nord che vuol contare. A tutto questo si aggiunge lo spaesamento e l’inquietudine. «Più affermi la certezza delle tue radici cristiane, meno ti fa paura l’identità degli altri», spiega il sindacod i Seriate. È uno dei temi centrali del libro La paura e la speranza, in testa alle classifiche dei libri più letti da settimane, di Giulio Tremonti, da sempre vicino alla Lega, che si appella con forza alle radici cristiane dell’Europa in funzione antiglobalizzazione e contro il relativismo di cui parla Benedetto XVI. Un esempio concreto di quel che possono creare i flussi immigratori dal punto di vista religioso e culturale ce lo spiega monsignor Ubaldo Nava, parroco di San Sisto, a Colognola, frazione di Bergamo. Nel suo oratorio 250 extracomunitari frequentano le scuole di italiano, tenute da volontari della parrocchia. Nemmeno monsignor Nava, che si dice molto colpito per l’adesione dei giovani al Carroccio («l’intolleranza non la vedo, il fatto della paura e il desiderio di sentirsi un po’ più protetti invece li vedo»), è schierato con questo o quel partito, ma conosce il suo territorio con tutti i suoi problemi inerenti alla globalizzazione. Ci parla del progetto del centro culturale islamico di istituire proprio nella sua frazione un cimitero islamico: «Ma il camposanto è terra di tutti, è un monumento civico. Oggi si benedicono le tombe, non il cimitero. Che bisogno c’è di creare un’enclave musulmana di tombe? È un progetto che va contro l’integrazione». E concorda con lui anche il professor Francesco Benigni, presidente di circoscrizione, del Pdl. Anche Benigni ci spiega la particolare contiguità al cattolicesimo dei leghisti nell’amministrazione, al di là dei proclami intolleranti in stile Calderoli, che tra l’altro è bergamasco e che si è sposato «con rito celtico». «Quando si tratta di approvare contributi alle attività della parrocchia, i no arrivano sempre dalla sinistra radicale o da qualche Pd. Dalla Lega arriva un sostegno convinto». Poi Benigni aggiunge particolari sul cimitero islamico. «Il progetto prevede 474 tombe, quando il cimitero di Milano ne prevede appena 93. Perché un cimitero che divide e non integra?». L’invasione islamica può arrivare anche dal regno di Tanatos.