Per Stefano Folli, principe degli analisti politici ed editorialista del Sole24ore, la fotografia del Paese è quella scattata recentemente dalla Corte dei conti: un malessere morale molto diffuso, un dilagare della corruzione. “Ma quello che preoccupa non è tanto la corruzione, bensì spesso il malcostume nel campo degli affari, l’incapacità di distinguere ciò che dovrebbe essere il comportamento pubblico da parte di persone che hanno responsabilità pubbliche e i comportamenti illeciti. Questa zona grigia è molto diffusa nel Paese”.
- Con l’approvazione del decreto Emergenza sulle nuove norme della Protezione civile ci avviamo a una nuova stagione della trasparenza nel campo degli appalti e della pubblica amministrazione?
“Su questo sono molto scettico. La trasparenza non la ottieni con un decreto. La classe politica ha il dovere di mettere in atto tutta una serie di regole e controlli e deve farli rispettare. Non credo molto allo schema che gli italiani sono irriducibili alle norme di rispetto civico. Questa spiegazione mi convince fino a un certo punto e rischia di diventare un alibi per la politica. Il rilancio nelle opere pubbliche dunque ci vuole, con le opportune garanzie. Ma questo rilancio si realizza soprattutto con un ‘opera costante e anche molto seria di rinnovamento morale, non con un decreto”.
- Ieri il decreto è andato sotto tre volte. Significa qualcosa?
“Certo, vuol dire che questo provvedimento è arrivata senza fiato alla meta, in condizioni generali molto diverse rispetto a quando era stato concepito. Queste operazioni si fanno quando c’è la cornice politica adatta. E adesso la cornice politica si è dissolta. Se non ci fosse stata l’inchiesta della procura di Firenze il decreto sarebbe passato nella distrazione generale. Ora c’è una situazione molto diversa. L’inchiesta ha fatto percepire a tutti che c’erano delle incongruità del decreto. Il meccanismo dei controlli è sembrato troppo fragile, troppo debole. Il decreto doveva creare uno strumento per gli interventi straordinari anche quando non c’è l’emergenza. Ma è venuta meno la tensione che doveva sostenere una legge così ambiziosa.”.
- La Protezione civile è un’eccellenza del Governo e del Paese. Vederla al centro di un’inchiesta è avvilente per tutti gli italiani.
“Certamente. Anche io sono un sostenitore della Protezione civile. Ma voglio vedere i risultati nel campo delle grandi emergenze, più che gli appalti sui cosiddetti eventi straordinari. E soprattutto voglio che la Protezione civile non sia una fucina di illegalità”.
- Forse il Governo, partendo dagli innegabili risultati di Napoli, dell’Aquila e di altri eventi, ha voluto forzare un po’ troppo nell’incasso del dividendo politico.
“La Protezione è uno strumento bi-partisan che va al di là della contrapposizione classica maggioranza-opposizione e unisce il Paese. Questo anche nella retorica sana. I successi della protezione civile a L’Aquila e altrove riempiono di orgoglio tutti gli italiani. Senza dubbio era meglio mantenersi all’interno di questo spirito. Lì c’è stata una forzatura. Il governo si è voluto annettere il quadro politico quando era meglio che fossero gli elettori a decidere chi premiare politicamente per il buon funzionamento della Protezione civile”.
- Il ciclone è arrivato a lambire il sottosegretario Gianni Letta
“Questo non è un buon segno. Ma soprattutto, a meno che non esistano valide ragioni, (e allo stato non mi sembra) colpire un uomo dell’integrità di Gianni Letta che devo dire ha avuto grandi meriti per il bene del Paese in questi anni, è un atto di sostanziale irresponsabilità. Significa far cadere l’arco di volta di un sistema che si regge su un modesto livello di legittimazione reciproca”.
-Nel senso che Letta è la colomba con la mano sempre tesa verso l’opposizione?
”Non solo. Letta è stato l’uomo che ha costituzionalizzato il berlusconismo e ha fatto un lavoro di costante cucitura e raccordo tra maggioranza e opposizione, tra maggioranza e istanze istituzionali, come la presidenza della Camera o il Quirinale. Colpire lui e questo suo lavoro significa colpire questa costruzione, forse un po’anomala nelle democrazie occidentali, ma che in Italia è fondamentale. Non oso pensare quale sarebbe stata la nostra esperienza politica in questi anni se non ci fosse statato Letta. Anche per l’opposizione”.
- Dopo le elezioni regionali non ci sono più consultazioni rilevanti fino al 2013. Ci sarà un clima più sereno per avviare le riforme di cui il Paese ha bisogno?
“In teoria sì. Se però dal voto regionale emergerà una sostanziale equivalenza tra maggioranza e opposizione, calcolando magari anche le Regioni in cui non si voterà. Obiettivamente la maggioranza si è un po’ indebolita dopo la vicenda della Protezione civile. Se l’opposizione uscisse relativamente in salute, forse esisterebbero le condizioni per provare a rifare insieme un percorso di tipo riformatore, come la riforma della giustizia. Ci vorrebbe un Paese un po’ più diviso a metà (nel senso che i pesi politici si bilanciano) per essere più unito”.
- Quale sarà il peso della Lega in futuro?
“E’ una delle questioni. La Lega molto forte nel voto regionale vorrebbe dire che il partito del presidente del Consiglio si è molto indebolito. Ci sarebbero nuove tensioni”.
- Berlusconi ha dimostrato di avere una capacitò straordinaria di uscire dalle difficoltà, come nel caso escort.
“E’ vero. Però devo dire che questa vicenda della Protezione civile è più insidiosa. L’agenzia di Bertolaso è il suo fiore all’occhiello, il simbolo della sua maggiore stagione politica (l’Aquila, il G8, l’emergenza rifiuti di Napoli). Viene lambito Letta, e quindi è chiaro il messaggio, che per Berlusconi è un messaggio pesante. Non si tratta di difendersi da questioni giudiziarie. Stavolta si intacca la gestione del governo nei suoi aspetti migliori. E questo è politicamente molto insidioso”.
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martedì 23 febbraio 2010
LE INSIDIE DEL GOVERNO
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lunedì 6 luglio 2009
A CHE SERVE UN G8

“Fin dall’inizio ho capito e approvato le ragioni per spostare la sede del G8 dalla Maddalena all’Aquila”, spiega Sergio Romano, un passato di ambasciatore e un presente di storico, studioso ed esperto di relazioni internazionali. “Le ragioni di questa scelta appartengono non tanto alla politica in senso stretto quanto alla politica della comunicazione. Quella dell’Aquila mi pare una mossa utile per dare lustro al Paese, ma anche per mettere l’Aquila al centro dell’attenzione mondiale. Una scelta comprensibile e condivisibile. Che comporta anche dei rischi lo sappiamo. Ma i governi devono pure prendere dei rischi. Mi auguro che vada bene. E’ il mio Paese. Per di più se va bene, l’attenzione internazionale verrà concentrata su avvenimenti diversi da quelli che riguardano Berlusconi, su cui si è concentrata nelle scorse settimane. Questo è uno di quei casi che se va bene a lui va bene anche noi, non è possibile fare distinzioni tra gli interessi di Berlusconi e quelli dell’Italia”.
- Quali sono i rischi?
“Il primo è quello naturale, legata alle nuove scosse di terremoto, Dio non voglia”.
E il secondo?
Il rischio gaffe?
Gaffe?
“Beh sì, la goliardia, l’umorismo, le famose battute, le chiami come vuole. Abbiamo visto che Berlusconi nei vertici internazionali cede alla tentazione di dire spontaneamente cose che non dovrebbe dire. Lui è così”.
L’Italia come è vista all’estero in questo momento?
“In questo momento quasi tutta la stampa europea è molto critica, qualche volta ironicamente, qualche volta acidamente, qualche volta politicamente. Non c’è niente da fare. Sono pochi i giornali europei che giocano una partita diversa. In altre parole noi siamo, per così dire, il bersaglio di turno”.
Consolante...
“La stampa europea ha sempre avuto un bersaglio. C’è stato Haider, Le Pen, insomma un uomo politio che in quel particolare momento è vulnerabile. Clinton all’epoca dello scandalo Lewinski. L’Economist lo esortò a dimettersi. C’è stato un momento l’Europa detestava la Thatcher, naturalmente per motivi diversi da quelli per cui detesta Berlusconi. Non è che queste cose capitino soltanto a noi”.
Però in questo momento tocca a noi...
“Purtroppo sì, anche con qualche buona ragione. La propensione del primo ministro a recitare questa parte un po’ c’è. Anche se l’Italia è un Paese relativamente importante e tra i Governi ci sono problemi da discutere, interessi importanti da definire: quello naturalmenmte è un altro discorso”.
Che ne pensa dell’idea del ministro Tremonti di introdurre un legal global standard internazionale che sancisca la supremazia del diritto sull’economia?.
“Ho appena letto un libro di Cassese su questi argomenti. Parla di questa lenta graduale costruzione di un diritto internazionale dovuto in gran parte alla proliferazione di nuovi tribunali non più nazionali ma transnazionali, dalle corti alle forme di arbitrato internazionale . In altre parole, c’è una forma di nuovo diritto internazionale che si sta creando grazie alla collaborazione tra vari enti, tra cui le Consulte e che potrebbe arrivare a una forma di arbitraggio sulle regole economiche. Da tutto questo è immune la Corte Suprema americana per la sua tradizionale tendenza all’isolazionismo giuridico e giurisprudenziale”.
Si dice che il G8 conti poco sul piano delle scelte e del potere di reale cambiamento. E’ che il vero G8 sia il G20...
“Effettivamente il G8 è in gran parte un’istituzione superata dal tempo, è stato ampiamente scavalcato dall’apparizione sulla scena mondiale di una pluralità di nuovi e potenti soggetti. Non rispecchia più la realtà d’oggi, già si è posto il problema di includere la Cina, ma se si include la Cina non si può fare a meno dell’India, e allora se c’è l’India bisogna trovare spazio per il Brasile e via dicendo. Nel momento in cui avremmo potuto porci il problema dell’aggiornamento del G9 il G8 è stato scavalcato dalla pluralità delle potenze emergenti.
Si parla del Bric, acronimo di Brasile, Russia, India e Cina...
“Anche. La crisi economica finanziaria ha accelerato questo processo. Il vero problema è proprio questo. La crisi economico-finanziaria non si discute senza la presenza del Brasile, della Cina, senza il Sudafrica, senza l’India”.
E a questo punto bisogna pensare ad altro.
“E infatti ci sono già state due riunioni del G20, che è l’organismo più adatto ad affrontare quel problema”.
Questo significa che prima o poi i governi rinunceranno al G8. ”Non credo proprio. Difficile immaginare che i membri di quel circolo ristretto vogliano rinunciare al piacere di riunirsi e di farsi fare una bella fotografia comune che sanziona il loro status di Paesi appartenenti al principale club internazionale. Siamo un po’ nel campo degli enti inutili”.
Inutili?
“Non del tutto, per carità, ma anche quando si vorrebbero eliminare c’è una resistenza che in qualche modo riesce a ritardare l’azione. Andremo avanti ancora per parecchio tempo con un G8, un G20 e vari assi bilaterali come quello che si è creato dopo la crisi economico-finanziaria tra Stati Uniti e Cina”.
Eppure sul tavolo del G8 c’è un tema che non è certo di poco conto, quello della povertà, con un miliardi di persone che in conseguenza della crisi rischiano di scivolare nel denutrimento e nella morte per fame. Al G8 di Gleneagles, quattro anni fa, si erano promessi 50 miliardi di dollari per i Paesi poveri, ma nessuno ha mai staccato quell’assegno.
“Il tema della povertà è un tema obbligato. Se si fa una riunione di alto livello non lo si può ignorare. Non si può chiudere un vertice del genere senza fare promesse e suscitare attese. Non si può essere in grande della Terra e voltare le spalle alla povertà africana e quindi lo si mette all’ordine del giorno”.
Con risultati finora tragicamente deludenti.
“Questo infatti non vuol dire che lo si risolva. Lo si discute, ma in realtà la soluzione del problema africana è ostacolata da due fattori concorrenti. In primo luogo serve un forte aiuto finanziario che si deve concretare con denaro e anche naturalmente con la soppressione dei debiti di questi Paesi, che tanto sono inesigibili, ma che pesano per il servizio del debito e gli interessi passivi. Dall’altro lato occorrono regimi politici in grado di utilizzare al meglio quel denaro. Queste due condizioni o non esistono o non sono presenti in misura soddisfacente. Inoltre la crisi ha portato a una disponibilità molto limitata. Purtroppo non c’è Paese anche prospero che non abbia problemi di bilancio, a cominciare dagli Stati Uniti, che ha investito piano di quasi mille miliardi di dollari per tamponare i vari defaults”.
Anche l’Italia ha tagliato i fondi della cooperazione.
“Anche noi abbiamo limitato gli aiuti. Non c’è niente da fare, con la crisi è così. Naturalmente ci sono Paesi legati da un rapporto stretto con certe aree africane che provvedono a finanziare. E’ il caso della Francia, che mantiene un elevato standard di sussidi. Ma la Francia che ha trasformato il suo vecchio impero coloniale in stati satelliti e paga in funzione di un suo preciso obiettivo politico. Non è un programma di risanamento dell’Africa. D’altro canto quanti sono i regimi africani in grado di mettere a frutto gli aiuti e fare buon uso del denaro dato dai Paesi abbienti?”
Al G8 di questo non si parla.
“Quando si organizza il G8 questo non lo si può dire esplicitamente. Nessun uomo di Stato può manifestare un pubblico scetticismo per il grado di maturità politica dell’Africa. In realtà quello è il problema. E’ difficile che il denaro produca gli effetti desiderati se non cade in mani che lo usino al meglio. L’Africa, a parte qualche eccezione, è ancora per molti aspetti un continente politicamente non in grado di fare buon uso di un finanziamento”.
Perché non “esportare” la democrazia in questi Stati, mettendo fine a regimi dittatoriali e corrotti, magari con un mandato internazionale?
“Quello che lei dice è in realtà l’espressione moderna di una forma di neocolonialismo. Se lei assume l’obbligo, come missione, dell’esportazione della democrazia lei presuppone una certa ingerenza negli affari di quei Paesi.. Cos’è questa se non una forma nuova di colonialismo? In realtà il problema della maturità politica di questi Paesi è un problema cui noi possiamo dare un’assistenza tutt’al più indiretta. Le nostre università formano medici, professionisti ingegneri, classe dirigente, personale politico e amministrativo. C’è da sperare che questo produca a termine il risultato desiderato di una classe dirigente che riesca a organizzar nei propri Paesi regimi politicamente più adatti per fare buon uso degli aiuti e non sperperarli in armi, palazzi faraonici, cattedrali nel deserto e vita di corte. Ma tenga presente che il giorno in cui questi paesi fossero organizzati in tal senso il denaro arriverebbe da solo. Molti di essi sono Paesi ricchi potenzialmente. Soprattutto di risorse naturali. Il giorno in cui fossero organizzati in modo da offrire determinate garanzie non avremo nemmeno bisogno di mettere in bilancio aiuti finanziaria. Perché a quel punto comincerebbero a produrre e a svilupparsi da soli”.
- Quali sono i rischi?
“Il primo è quello naturale, legata alle nuove scosse di terremoto, Dio non voglia”.
E il secondo?
Il rischio gaffe?
Gaffe?
“Beh sì, la goliardia, l’umorismo, le famose battute, le chiami come vuole. Abbiamo visto che Berlusconi nei vertici internazionali cede alla tentazione di dire spontaneamente cose che non dovrebbe dire. Lui è così”.
L’Italia come è vista all’estero in questo momento?
“In questo momento quasi tutta la stampa europea è molto critica, qualche volta ironicamente, qualche volta acidamente, qualche volta politicamente. Non c’è niente da fare. Sono pochi i giornali europei che giocano una partita diversa. In altre parole noi siamo, per così dire, il bersaglio di turno”.
Consolante...
“La stampa europea ha sempre avuto un bersaglio. C’è stato Haider, Le Pen, insomma un uomo politio che in quel particolare momento è vulnerabile. Clinton all’epoca dello scandalo Lewinski. L’Economist lo esortò a dimettersi. C’è stato un momento l’Europa detestava la Thatcher, naturalmente per motivi diversi da quelli per cui detesta Berlusconi. Non è che queste cose capitino soltanto a noi”.
Però in questo momento tocca a noi...
“Purtroppo sì, anche con qualche buona ragione. La propensione del primo ministro a recitare questa parte un po’ c’è. Anche se l’Italia è un Paese relativamente importante e tra i Governi ci sono problemi da discutere, interessi importanti da definire: quello naturalmenmte è un altro discorso”.
Che ne pensa dell’idea del ministro Tremonti di introdurre un legal global standard internazionale che sancisca la supremazia del diritto sull’economia?.
“Ho appena letto un libro di Cassese su questi argomenti. Parla di questa lenta graduale costruzione di un diritto internazionale dovuto in gran parte alla proliferazione di nuovi tribunali non più nazionali ma transnazionali, dalle corti alle forme di arbitrato internazionale . In altre parole, c’è una forma di nuovo diritto internazionale che si sta creando grazie alla collaborazione tra vari enti, tra cui le Consulte e che potrebbe arrivare a una forma di arbitraggio sulle regole economiche. Da tutto questo è immune la Corte Suprema americana per la sua tradizionale tendenza all’isolazionismo giuridico e giurisprudenziale”.
Si dice che il G8 conti poco sul piano delle scelte e del potere di reale cambiamento. E’ che il vero G8 sia il G20...
“Effettivamente il G8 è in gran parte un’istituzione superata dal tempo, è stato ampiamente scavalcato dall’apparizione sulla scena mondiale di una pluralità di nuovi e potenti soggetti. Non rispecchia più la realtà d’oggi, già si è posto il problema di includere la Cina, ma se si include la Cina non si può fare a meno dell’India, e allora se c’è l’India bisogna trovare spazio per il Brasile e via dicendo. Nel momento in cui avremmo potuto porci il problema dell’aggiornamento del G9 il G8 è stato scavalcato dalla pluralità delle potenze emergenti.
Si parla del Bric, acronimo di Brasile, Russia, India e Cina...
“Anche. La crisi economica finanziaria ha accelerato questo processo. Il vero problema è proprio questo. La crisi economico-finanziaria non si discute senza la presenza del Brasile, della Cina, senza il Sudafrica, senza l’India”.
E a questo punto bisogna pensare ad altro.
“E infatti ci sono già state due riunioni del G20, che è l’organismo più adatto ad affrontare quel problema”.
Questo significa che prima o poi i governi rinunceranno al G8. ”Non credo proprio. Difficile immaginare che i membri di quel circolo ristretto vogliano rinunciare al piacere di riunirsi e di farsi fare una bella fotografia comune che sanziona il loro status di Paesi appartenenti al principale club internazionale. Siamo un po’ nel campo degli enti inutili”.
Inutili?
“Non del tutto, per carità, ma anche quando si vorrebbero eliminare c’è una resistenza che in qualche modo riesce a ritardare l’azione. Andremo avanti ancora per parecchio tempo con un G8, un G20 e vari assi bilaterali come quello che si è creato dopo la crisi economico-finanziaria tra Stati Uniti e Cina”.
Eppure sul tavolo del G8 c’è un tema che non è certo di poco conto, quello della povertà, con un miliardi di persone che in conseguenza della crisi rischiano di scivolare nel denutrimento e nella morte per fame. Al G8 di Gleneagles, quattro anni fa, si erano promessi 50 miliardi di dollari per i Paesi poveri, ma nessuno ha mai staccato quell’assegno.
“Il tema della povertà è un tema obbligato. Se si fa una riunione di alto livello non lo si può ignorare. Non si può chiudere un vertice del genere senza fare promesse e suscitare attese. Non si può essere in grande della Terra e voltare le spalle alla povertà africana e quindi lo si mette all’ordine del giorno”.
Con risultati finora tragicamente deludenti.
“Questo infatti non vuol dire che lo si risolva. Lo si discute, ma in realtà la soluzione del problema africana è ostacolata da due fattori concorrenti. In primo luogo serve un forte aiuto finanziario che si deve concretare con denaro e anche naturalmente con la soppressione dei debiti di questi Paesi, che tanto sono inesigibili, ma che pesano per il servizio del debito e gli interessi passivi. Dall’altro lato occorrono regimi politici in grado di utilizzare al meglio quel denaro. Queste due condizioni o non esistono o non sono presenti in misura soddisfacente. Inoltre la crisi ha portato a una disponibilità molto limitata. Purtroppo non c’è Paese anche prospero che non abbia problemi di bilancio, a cominciare dagli Stati Uniti, che ha investito piano di quasi mille miliardi di dollari per tamponare i vari defaults”.
Anche l’Italia ha tagliato i fondi della cooperazione.
“Anche noi abbiamo limitato gli aiuti. Non c’è niente da fare, con la crisi è così. Naturalmente ci sono Paesi legati da un rapporto stretto con certe aree africane che provvedono a finanziare. E’ il caso della Francia, che mantiene un elevato standard di sussidi. Ma la Francia che ha trasformato il suo vecchio impero coloniale in stati satelliti e paga in funzione di un suo preciso obiettivo politico. Non è un programma di risanamento dell’Africa. D’altro canto quanti sono i regimi africani in grado di mettere a frutto gli aiuti e fare buon uso del denaro dato dai Paesi abbienti?”
Al G8 di questo non si parla.
“Quando si organizza il G8 questo non lo si può dire esplicitamente. Nessun uomo di Stato può manifestare un pubblico scetticismo per il grado di maturità politica dell’Africa. In realtà quello è il problema. E’ difficile che il denaro produca gli effetti desiderati se non cade in mani che lo usino al meglio. L’Africa, a parte qualche eccezione, è ancora per molti aspetti un continente politicamente non in grado di fare buon uso di un finanziamento”.
Perché non “esportare” la democrazia in questi Stati, mettendo fine a regimi dittatoriali e corrotti, magari con un mandato internazionale?
“Quello che lei dice è in realtà l’espressione moderna di una forma di neocolonialismo. Se lei assume l’obbligo, come missione, dell’esportazione della democrazia lei presuppone una certa ingerenza negli affari di quei Paesi.. Cos’è questa se non una forma nuova di colonialismo? In realtà il problema della maturità politica di questi Paesi è un problema cui noi possiamo dare un’assistenza tutt’al più indiretta. Le nostre università formano medici, professionisti ingegneri, classe dirigente, personale politico e amministrativo. C’è da sperare che questo produca a termine il risultato desiderato di una classe dirigente che riesca a organizzar nei propri Paesi regimi politicamente più adatti per fare buon uso degli aiuti e non sperperarli in armi, palazzi faraonici, cattedrali nel deserto e vita di corte. Ma tenga presente che il giorno in cui questi paesi fossero organizzati in tal senso il denaro arriverebbe da solo. Molti di essi sono Paesi ricchi potenzialmente. Soprattutto di risorse naturali. Il giorno in cui fossero organizzati in modo da offrire determinate garanzie non avremo nemmeno bisogno di mettere in bilancio aiuti finanziaria. Perché a quel punto comincerebbero a produrre e a svilupparsi da soli”.
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